mercoledì 19 dicembre 2018

Anziani e la maschera del finto amore

Acrilico di Flavio Lappo, 2018

Molto facile manipolare i manipolabili, un gioco di parole? No, una realtà triste e tragica allo stesso tempo. Quando una persona invecchia, si sente sola, ha bisogno di attenzioni, ascolto, amore e così diventa ancor più comoda preda di spietati assassini dell’anima come li ho definiti nel mio libro “La libertà di scegliere” (ed. Rupe Mutevole). Un’anima che si può catturare senza troppe difficoltà agendo una violenza mascherata dall’amore. Chi vuole ottenere uno scopo manipolando, finge di amare la persona presa di mira, in realtà la sottomette ai propri voleri esercitando violenza psicologica.
Ecco come si muove il manipolatore:
Prima mossa: la fiducia. Cattura piano piano e ambiguamente la fiducia dell’anziano, con abilità gli fa credere che è sempre pronto a soccorrerlo per quelle piccole azioni che non riesce a compiere: dall’uso del computer, alla comprensione di concetti e azioni in ambiti che la sua età non gli permette di conoscere, fino ad aiutarlo nelle pratiche quotidiane convincendolo sempre più che senza il suo aiuto, quello del manipolatore o della manipolatrice, non è più possibile vivere. Se poi a questo si aggiunge qualche gratificazione sessuale, magari aiutandolo a fare il bagno e iniziando dalla schiena e via via spingendosi oltre: il manipolatore, che in questo caso lo è non solo metaforicamente, sa risvegliare piaceri sopiti e caduti nell’oblio.
Seconda mossa: la dipendenza. Discende direttamente dalla prima, quando il manipolatore ottiene la fiducia crea sapientemente un rapporto di dipendenza per cui il fragile anziano si sentirà sicuro solo con il suo aguzzino e lo evocherà in mille occasioni, il suo nome diventerà la parola che ripeterà più spesso perché lo rassicura. Il manipolatore si trasforma ai suoi occhi come l’unico essere umano che lo ama ed anche se la vittima ha dei figli amorevoli passeranno in secondo piano come anche gli amici. Ormai l’opera sapiente del mistificatore si è compiuta, l’anziano è isolato psicologicamente dal mondo ed anche se frequenta altre persone, quando l’aguzzino è assente entra in agitazione. Soprattutto è completamente asservito a lui che diventa l’unico detentore della verità e di questo nessuna vittima è in grado di accorgersene.
Se un anziano cerca e pretende con eccessivo accanimento la presenza di una persona, dobbiamo entrare in allarme: siamo abbastanza sicuri che il manipolatore è giunto al proprio scopo e se ci sono sostanze da farsi regalare, stiamo certi che quello è l’obiettivo numero uno del subdolo cacciatore di averi. Non necessariamente soldi, ma anche possibilità di successo perché gli anziani sono anche e non raramente benestanti e di potere.
Come liberare la vittima? È un processo lungo che richiede pazienza e la ripresa in carico dell’anziano da parte di chi lo ama veramente: un sentimento genuino è in grado in modo nonviolento di recuperare la povera vittima contrastando la perfidia del manipolatore. Le vittime dei manipolatori sono tutti coloro si trovano in posizioni svantaggiate e di fragilità emotiva che nella storia della filosofia mi evoca la prassi dei sofisti. I Sofisti erano personaggi ambigui che con il sapiente e talvolta spregiudicato uso abile della parola sapevano convincere l’interlocutore portandolo dalla loro parte. Un’arte, quella della persuasione, utile per certe professioni: manipolare a fini di lucro è senza dubbio un mestiere sempre in auge praticato dagli epigoni di Gorgia e Protagora che, a loro difesa, si facevano pagare per i loro servigi senza sottrarre falsamente favori. Perché, loro, non fingevano di amare le proprie vittime.

(Pubblicato su Pressenza, agenzia di stampa internazionale)
  

martedì 18 dicembre 2018

La gelosia è paura



Aridità, acquarello di Daniela Lorusso
Quando amiamo qualcuno desideriamo che quella persona viva un rapporto esclusivo con noi e che nessun altro entri nella relazione, ciò è sano e normale e accade in entrambi i sessi; tutto si trasforma in patologico quando non si permette più al partner di vivere serenamente la propria vita controllandola e dubitando di ogni suo gesto. Ludovico Ariosto sa descrivere con una metafora tutto il dolore della gelosia vissuta nel cuore del suo Orlando Furioso: “Tanti son chiodi / coi quali Amore il cor gli punge e fiede”.
Ma siamo sicuri che sia l’amore la fonte originaria del dolore della gelosia? Cos'è la gelosia?
Ogni forma di gelosia nasconde la paura della perdita dell’unità, il terrore, nei casi estremi, di essere abbandonati dalla persona che amiamo. Un certo grado di gelosia è un naturale aspetto dell’amore, manifesta l’attaccamento a chi amiamo e da cui non vogliamo separarci: assomiglia all'invidia, ma mentre la gelosia riguarda ciò che si possiede e non si vuole perdere, l'invidia riguarda ciò che si vorrebbe avere e non si ha ancora. La gelosia cambia a seconda delle varie epoche della vita: da giovani l’insicurezza e l’inesperienza la favoriscono, mentre con la maturità si comprende l’inutilità di certe forme di attaccamento al partner ed è più facile superare il timore di essere preferiti a qualcun altro. Le donne, quando sono eccessivamente gelose si angustiano se un’altra gravita nell’area circostante il proprio uomo: per cultura sono portate a credere che le altre siano tutte rivali dedite alla conquista di lui, quello che amano. Entriamo così nel vivo del sentimento di gelosia: l’oggettualizzazione del nostro partner, come se fosse una mera cosa da non lasciarsi sottrarre e non una persona degna della nostra fiducia. La gelosia quando esce dai confini della normalità è un fattore destrutturante, rovina le relazioni, esaspera l’altro che si sente ingabbiato dalle sbarre rigide di un sentimento devastante. Con la gelosia si soffre in due. La mancanza di una buona considerazione di sé è la sua causa principale e tutto riconduce all’infanzia quando i genitori non sono riusciti a trasmettere nel bambino la consapevolezza del proprio valore: in questo modo tutti diventano migliori, più capaci di noi e quindi una minaccia. Per Freud ci sono tre principali forme di gelosia che ancor oggi possiamo considerare presenti nelle relazioni sentimentali: gelosia competitiva o normale, gelosia proiettata e gelosia delirante.
La gelosia competitiva o normale si manifesta principalmente con dolore, ansia e angoscia a causa della perdita di chi amiamo, e da sentimenti ostili verso il rivale.
La gelosia proiettata proviene, per entrambi i sessi, dai tradimenti già subiti nel corso della vita affettiva o da spinte inconsce verso il tradimento: il nostro desiderio di tradire ci rende gelosi del partner perché in lui vediamo i nostri desideri.
La gelosia delirante è determinata da tendenze al tradimento che sono state rimosse dove gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto geloso.
Chi è geloso trova continue prove a favore del proprio sentimento come se volesse convincersi della necessità inderogabile di avere una concreta ragione per esserlo. La gelosia si impone, costringe a soffrire per il fantasma di un lontano passato ormai perduto, l’oggi subisce il dolore di ieri, una morsa soffocante affonda i suoi artigli nella gola e nel cuore di una donna ferita.
Altra cosa accade ai maschi, se malati di gelosia, essi sono ossessionati dalla perdita dell’oggetto su cui hanno il dominio: non è quella donna in particolare, ma in generale “la donna” di cui vogliono possedere la chiave quasi fosse una proprietà privata. La loro non è paura di perdere l’amore, bensì non accettano di perdere il potere su di lei. Da qui al femminicidio la strada è molto breve. Nei maschi c’è anche uno stretto legame tra gelosia e potenza sessuale, quando quest’ultima cala, di conseguenza aumenta l’insicurezza e nasce la paura che la partner possa cercare altrove il sesso. E allora entra in gioco la competizione, una forma di gelosia legata alla perdita: l’altro è un rivale di duello al quale devo strappare la vittoria.
Una caratteristica legata alla gelosia è la dipendenza emotiva, siamo sempre nell’area della cattiva considerazione di sé per cui ci sforziamo di risolvere il nostro senso di inferiorità e inadeguatezza affidandoci alle braccia di chi crediamo di amare, ma che in realtà è solo qualcuno in grado di donarci la sicurezza di cui siamo carenti o del tutto privi. La dipendenza emotiva si instaura se c'è un bisogno affettivo sopito, nascosto, solo apparentemente superato che trova terreno favorevole per venire alla luce quando nasce un amore. La dipendenza emotiva, come tutte le forme di subalternità, peggiora la situazione relegando chi dipende in una condizione di blocco dove non c’è possibilità di evoluzione.
La gelosia non si supera con il puro ragionamento e neppure con una presunta conquista della consapevolezza: chi è geloso non si rende conto del proprio stato, ma ne percepisce solo i sintomi dilanianti. Si strugge, diventa sospettoso, maniacale e persecutorio leggendo ogni gesto dell’altro come prova dei sospetti che serba dentro di sé: le scenate di gelosia sono all’ordine del giorno e il partner fatica a sopportare. Solo chi ama davvero tollera un partner geloso e lo aiuta, non lo abbandona deridendo il suo dolore, ma con un impegno di coppia fatto di paziente dialogo, che è comprendere le ragioni dell’altro mettendosi nei suoi panni, cerca di guarire il terribile male.
Riprendendo l’Orlando Furioso, i chiodi pungono il cuore del geloso, lo fanno sanguinare impedendogli di presentarsi all’appuntamento esclusivo con l’Amore: l’incontro si trasforma però in uno scontro distruttivo che si conclude con la morte di Eros.
Maria Giovanna Farina

domenica 18 giugno 2017

L’abbandono è rinnegare l’amore

Oltre la vita, quando un amico a 4 zampe ti lascia per sempre,
Acrilico su tela, Flavio Lappo, 2012


Ogni giorno guardo negli occhi la mia cagnolina e con la pena nel cuore penso come sia possibile avere il coraggio di aprire una portiera e lasciare per sempre al suo destino un animale che fino ad un secondo prima è stato in famiglia. Davvero non mi capacito anche se con tutta la forza di concentrazione che mi appartiene ho cercato di capire. Proprio non ci riesco! Vorrei scrivere molti più appelli contro l’abbandono ma mi trattengo anche perché sono stufa di udire sempre le solite contestazioni tipo:” Con tutti i bambini abbandonati, sfruttati, seviziati, stai a pensare ai cani e ai gatti”. Prima di tutto non è scontato che io non mi occupi di altro, soltanto non mi piace mettere in piazza le buone azioni e poi il fatto che tanti bambini versino in cattive e talvolta pessime condizioni non elimina la violenza sugli animali. Questo discorso non vorrei farlo più, invece mi piacerebbe che tutti uniti si potesse combattere contro ogni forma di discriminazione e violenza senza distinguere tra uomini e animali. Tempo fa dissi pubblicamente che si potrebbe smettere di regalare il cucciolo a Natale per far comprendere che il cane non è un oggetto da donare, ma un essere vivente che non andrebbe mercificato. Tanto per incominciare non sarebbe male, che ne dite? Eppure mi hanno detto con un tono canzonatorio che parlavo per paradossi. Ho incassato l’accusa e continuo a lottare per la parità. L’abbandono è rinnegare l’amore, un sacrilegio!


Maria Giovanna Farina   ©Riproduzione riservata

giovedì 25 maggio 2017

Non dimenticarmi



Invito ad un impegno


Sospesi nel nulla, Flavio Lappo, disegno a matita, 2015

Ci sono persone che lasciandoti ti invitano ad un impegno costante e duraturo dicendo:
 - Non dimenticarmi -
E noi: - Vorrei prendere in autonomia questa importante decisione –
Non è solo la nostra semplice affermazione ma una presa di posizione, vale a dire la risposta che dovremmo dare al nostro “programmatore di futuro”. D'accordo che è gratificante sapere che qualcuno ti pensa, ma se vuoi che non ti dimentichi stai qui così non dovrò fare tanta inutile fatica. Ci sono persone che lasciandoti, magari in quel momento devono fare altro, come un viaggio di lavoro, non sanno bene quando torneranno, ma vogliono tenerti alla catena per mantenere il controllo su di te. Non si sognano nemmeno per un istante di proporti di andare anche tu dove stanno andando perché sono così altruisti da non volerti stravolgere la vita... Purtroppo spesso non facciamo caso al vero significato delle parole e cadiamo in gabbie romantiche dove l'altro ha la chiave e noi siamo la serratura, l'altro in questi casi non è detto che sia quasi sempre un uomo: anche la donna sa bene darsi da fare. Se pensassimo attentamente ad una simile proposta per il nostro futuro, comprenderemmo come sia identica a quella fatta a Penelope che attese pazientemente Ulisse. Un Ulisse, il nostro, che non sappiamo se poi ritornerà alla sua capanna vincitore. Per non cadere in queste trappole è bene organizzare il nostro futuro lontano dal tempo di una costante e imprevedibile attesa. E se è vero che l'amore contempla l'attesa come momento che precede l'unione, è anche reale fuggire se attendere diventa una modalità esclusiva della relazione.

Maria Giovanna Farina   ©Riproduzione riservata

domenica 14 maggio 2017

Anima rubata o persa?


Una riflessione ironica per prendere le distanze da certe brutte avventure...

Flavio Lappo, Anima imprigionata, acrilico su tela, 2012


Mi hai rubato l'anima” è un'affermazione che a prima vista fa bene, la considerazione di sé vola al massimo dell'altitudine consentita. “Caspita, gli ho rubato l'anima, sono una persona fuori dal comune e molto fortunata!” Poi capisci quanto sia impegnativa una simile sottrazione di sostanza volatile; sì, perché l'anima vola, non è stabile e necessita di cura, nutrimento, attenzione... tutto ciò che è utile per vivere nel modo migliore. E noi abbiamo voglia di un simile e oneroso impegno? Siamo pronti per dedicarci alla nuova missione? L'altro ci ha trasformato in ladri e, seppur per amore, siamo diventati dei fuori legge e forse per questo temiamo qualche ritorsione. Così ci predisponiamo alla nostra missione di moderne divinità dell'Olimpo e sull'altare dell'amore nutriamo in eterno l'anima rubata. Ma c'è il caso in cui l'altro ci racconta che ha perso l'anima, che le tante delusioni di questa vita matrigna l'hanno condotto ad una disperata ricerca di qualcuno da amare per essere riamato. Per non soffrire più, per trovare rifugio e dare rifugio. Insomma ti fa una testa così piena di lamenti uniti a buoni propositi seppur un po' troppo vittimistici: forse dovremmo fuggire per non trasformarci in una custodia per anime perse. Perché se cedi alla prima dichiarazione poi le altre le attirerai come lo zucchero sa agganciare le vespe. Insomma, diventerai una crocerossina o un barelliere per anime perdute o presunte tali.

Maria Giovanna Farina   ©Riproduzione riservata


mercoledì 12 aprile 2017

Il duplice volto della passione


La passione, un termine che mostra tutta la forza di chi ama, si dirige ovunque ci sia amore per qualcuno o per qualcosa. La passione per una donna, un uomo, un lavoro, una materia, un figlio, uno stile di abbigliamento… potremmo fare un elenco interminabile. Chi studia l’amore non può fermarsi ad una sola forma di passione ma deve, come ci ha insegnato Platone, contemplare e ricercare ogni forma di amore e, aggiungo io, di passione che pervade l’oggetto d’amore. Ma la passione è anche quella del Cristo sul Golgota, una passione, la sua, che è sinonimo di morte imminente dopo sofferenze indicibili. La passione è dunque anche sofferenza fisica e spirituale. Che differenza passa tra le due passioni di cui sto argomentando? Se pur differenti e dominate da opposte pulsioni (vita e morte), hanno in comune una forza, una potenza che fa di esse due compagne di strada. Non fu l’amore a fare di Cristo un martire salvatore dell’umanità ferita dal male? Al di là dell’implicazione religiosa, del Suo messaggio, c’è passione, punto di potente incontro tra bene e male dove il bene trionfa con la passione del sacrificio. Nelle altre occasioni la passione regolata dall’amore investe con forza il proprio oggetto, lo ama tanto da soffrire la sua mancanza; la passione esce a volte come una potente carica quasi pericolosa e per questa ragione si intreccia con la violenza e la morte. La passione troppo forte e incontrollata può condurre al rischio di autodistruggersi, pensiamo alla passione dei base jumper che si lanciano con la tuta alare, sport estremo che può condurre alla morte.
Resta il fatto che quando qualcuno e o qualcosa ci appassiona siamo mossi da una molla che tende ad espanderci, per questa ragione è bene mettere in primo piano il significato vitale di questa parola capace di non farci soccombere a pericolosi stati depressivi. Impariamo quindi a riconoscere le nostre passioni per non caderne vittime, bensì per farne il motore della vita.
Maria Giovanna Farina   ©Riproduzione riservata