mercoledì 31 ottobre 2012

I grandi amori


Servono grandi amori

Di Claudio Risé

da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 ottobre 2012, www.ilmattino.it

Ripari, disegno a matita di Flavio Lappo


Forse, prima e più dell’economia, è malato l’amore. O meglio la nostra capacità di innamorarci, di appassionarci all'altro.
E’ noto (e stradimostrato) come l’innamoramento dia nuove forze, nuove energie e capacità di immaginare cose, prendere iniziative. Oggi però ci si innamora sempre meno. Si costituiscono meno coppie, si rompono più velocemente. Anche il single, poi, non è felice, come sanno bene terapeuti e servizi sociali. Tutto ciò crea depressione e ristagno (anche economico).
In questo panorama desolato Francesco Alberoni, uno dei sociologi italiani più noti nel mondo (i suoi libri sull’amore sono stati tradotti in trenta lingue), lancia una proposta del tutto controcorrente. Mentre la maggior parte (anche dei terapeuti) convivono con le relazioni evaporate della società “liquida”, Alberoni scrive un libro (che chiama senza esitazioni: “L’arte di amare”), che è un inno, ragionato ma anche molto appassionato al: “grande amore erotico che dura”.








Claudio Risè, psicoanalista e scrittore

domenica 28 ottobre 2012

Sesso e amore


Sesso e amore, l'inganno dell'eros
di Annalisa Barbier
Orchidea erotica, acrilico di Daniela Lorusso

"Comprese infine che tra le braccia di quell'uomo, quando aveva creduto immedesimarsi con lui, penetrare in lui, quando aveva creduto che le loro carni e le loro anime fossero ormai una sola carne e una sola anima, si erano invece un po' avvicinati fino a mettere in contatto gli impenetrabili involucri nei quali la misteriosa natura ha isolato e costretto gli umani" "Mont-Oriol",Guy De Maupassant, 1887. Con queste bellissime e delicate parole di Maupassant, scrittore di grande sensibilità  erotica e finezza descrittiva, voglio aprire il mio articolo sull'erotismo. Quando si parla di erotismo viene da pensare automaticamente al sesso, che all'erotismo è strettamente legato; ma le differenze ci sono e sono fondamentali: soprattutto, dobbiamo imparare a conoscerle se vogliamo comprendere le diverse  modalità attraverso le quali l'erotismo si esprime nel femminile nel maschile, dando troppo spesso luogo ad ambiguità, malintesi e dispiaceri. Ma iniziamo con il definire l'erotismo: la parola erotismo deriva da Eros secondo Platone figlio di Povertà e di Risorsa (Simposio), divinità greca dell'amore e forza vitale primigenia, ed  indica le varie forme di manifestazione del desiderio che attrae verso qualcuno o qualcosa, nonché il tipo di relazione che si instaura tra i soggetti che ne sono coinvolti. Molti dizionari ne evidenziano l'aspetto legato al soddisfacimento di un impulso sessuale, ma l'erotismo in sé è sganciato da qualsiasi oggetto, e da esso è indipendente poiché legato invece al regno della fantasia e dell'immaginazione. L'erotismo infatti può esplicitarsi in forme ed attività non direttamente connesse all'atto sessuale, concretizzandosi in opere d'arte e prodotti della creatività e dell'intelletto umano: letteratura, fotografia, pittura o scultura, cinema, pubblicità.
LA DONNA E L’EROS
Nella donna, la manifestazione dell'erotismo è ampia e ricca. La donna è, per sua natura, tutta, interamente erotica, nel richiamo e nell'impulso. La pelle, i muscoli, le mani, i piedi, le cosce, i seni, il viso. L'erotismo femminile è complicato, apolide: sganciato dai genitali esso appartiene al regno dei sensi tutti, si nutre di odori, profumi, colori, immagini, sapori, freddo e caldo, tessuto sulla pelle. L'erotismo della donna vive delle carezze e degli sguardi pieni di desiderio del suo uomo, ma anche delle sue attenzioni continuative, del suo profumo, della vista del suo viso e della sensazione del suo braccio che chiude, protegge, solleva. Possiamo dire che  nelle donne l'erotismo è un'esperienza totalizzante, non necessariamente sempre sessuale, che indica, come afferma Alberoni: "il bisogno di attenzione amorosa continuato, di interesse continuato rivolto alla loro persona. La prevalenza del tattile è solo una manifestazione di questa profonda prevalenza del continuo" (Erotismo, 1986) Questo bisogno di continuità affettivo-erotica è tipico delle donne ed è alla base del sentimento di distacco, abbandono o rifiuto che esse possono provare quando l'uomo si allontana - sebbene solo come manifestazione di un fisiologico senso di compimento - al termine di un rapporto sessuale. L'erotismo femminile è soprattutto un erotismo di contiguità e continuità.
L’UOMO E L’EROS
Diversamente accade nell'uomo, nel quale la manifestazione erotica è maggiormente settoriale, dicotomica, indipendente dal resto e vive di una vita propria, il cui ideale immaginario è la donna completamente, semplicemente e gratuitamente (senza vincoli) disponibile e desiderosa. Una donna che non chiede nulla in cambio: non affetto, non sicurezza e protezione, non vicinanza, nessuna continuità temporale. Solo il soddisfacimento immediato (non-mediato) della pulsione sessuale. Una donna-uomo. Per questo la prostituzione ha sempre avuto un enorme successo: essa risponde e realizza - sebbene in maniera artificiosa poiché  fondata su uno scambio NON SPONTANEO - l'ideale sessuale maschile di disponibilità sessuale: senza limiti e senza legacci. All'uomo piace pensare che le voglie sessuali della prostituta (che ha pagato o pagherà) siano state spontaneamente e grandemente soddisfatte dalla sua prestazione. Dopo l'intimità sessuale l'uomo  si sente soddisfatto e grato, se è stato bene; ha bisogno di andare via, staccarsi, tornare a sé stesso. Lo spettro della fusione si agita in lui. L'atto sessuale rimane un episodio, uno di una lunga serie quando in coppia, ma resta un episodio. Episodica "fusione", momentanea unione erotica e sentimentale (laddove vi sia amore o affetto).  L'uomo non sente il bisogno di quella continuità temporale di sguardi e attenzioni che invece la donna ricerca. L'eros maschile è per sua natura frammentato e frammentario, fatto di una discontinuità che si realizza attraverso la ripetizione di diversi episodi; la sola persistenza evidente è il ritornare di atti distribuiti nel tempo e in esso ripetuti, dai quali egli esce ogni volta nuovo e separato. Il luogo metafisico, emotivo, filosofico e psichico dell'inganno dell'eros si trova nel malinteso: la donna attribuisce all'atto sessuale una profonda valenza erotica, legata al senso dell'inizio di una continuità di cui essa ha bisogno e desiderio. Pensa che fare l'amore con quell'uomo possa rappresentare l'inizio di una storia, di una serie affettuosità, condivisioni, baci, carezze, parole e momenti... L'uomo dal canto sui non può comprendere davvero questa aspettativa, poiché non gli appartiene in nessun modo. Per lui il sesso è fine a sé stesso, non necessita della continuità o coesistenza di altri elementi. Né di amore, sentimenti, parole, carezze o impegno. Può esistere e persistere al di là e al di sopra di qualsiasi tipo di relazione emotivamente ed affettivamente connotata. Ciò non significa che l'uomo non ami, non si innamori e non desideri continuità ed attenzioni affettive; semplicemente tutto questo apparato di aspettative non si attiva in lui soltanto perché ha fatto l'amore con una donna. 
Invece la donna tende a pensare che il sesso sia l'inizio mentre spesso è soltanto un episodio. E anche quando si ripete innumerevoli volte non è automaticamente destinato a portare quella continuità di relazione, di cui la donna ha desiderio. Comprendere queste differenze potrebbe aiutarci ad essere più realistici, onesti, attenti e rispettosi. Auspico ad un galateo dei sentimenti che parta dalla comprensione delle diversità, senza giudicarle in quanto incapaci di soddisfare i nostri bisogni emotivi e le nostre aspettative. Erotiche e non.
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Annalisa Barbier, psicologa

venerdì 26 ottobre 2012

La scienza dell'amore


La scienza dell'amore
di Nicola Ghezzani

Sognando l'Eden, olio su tela di Flavio Lappo

Perché pensare ad una scienza degli affetti, una scienza dell'amore?
La risposta che ci sorge spontanea è semplice nel suo enunciato e complessa nelle sue conseguenze. Una scienza dell'amore ci offre l'opportunità di rifondare non solo la psicologia ma anche la psicoterapia, e di farlo alla radice. Vediamo in che senso.
Fino ad alcuni decenni fa, gli psichiatri e gli psicoterapeuti indicavano, più o meno tutti, come base della salute mentale una buona integrazione sociale. Cos'era per loro l'integrazione sociale? Era educarsi all'autocontrollo, diventare responsabili e darsi le mete che la società nel suo complesso riteneva normali: innanzitutto famiglia e affetti stabili; poi, per gli uomini, il lavoro e una sostanziale accettazione della gerarchia sociale, e, per le donne, l'accettazione della maternità. Erano questi i valori sociali di base, integrati i quali si affermava che la persona fosse mentalmente sana. Parametri non troppo difficili da raggiungere, sicché una quota elevata della popolazione appariva sana.
Questo criterio di valutazione resta ancora oggi molto diffuso, ma non è più il criterio dominante. E' stato infatti compendiato, se non del tutto sostituito, da un nuovo metro di misura. Dal dopoguerra ad oggi, su influsso della vincente cultura anglosassone, il nuovo parametro della salute psicologica individuale è stato individuato nell'autonomia. Cos'è l'autonomia? E' la capacità dell'individuo di essere indipendente, realizzata grazie a questi valori: la spontaneità, lo sviluppo di una personalità non limitata da un'altra, la separazione dalla famiglia di origine, un lavoro e un reddito; in più, né l'uomo deve essere dominato dalla donna né la donna dall'uomo. Dunque, se si considerano caratteristiche dell'autonomia psicologica e sociale la capacità di lavorare, l'indipendenza economica, una casa e relazioni sessuali prive di dipendenza, anche il modello dell'autonomia non è troppo difficile da realizzare (sebbene lo sia di più della semplice integrazione sociale) e molte persone possono apparire sane.
A ben vedere, però, sia nel caso dell'integrazione sociale che in quello dell'autonomia, si tratta di criteri di valutazione “esterni”, che riguardano cioè l'identità sociale dell'individuo (nel primo caso, famiglia, lavoro, obbedienza alla gerarchia e ai valori tradizionali e, nel secondo, intraprendenza, capacità di disimpegno, socievolezza, relazioni sessuali libere...). Criteri talmente “esterni” che mi arrischierei a dire che rappresentano definizioni sociologiche della normalità, piuttosto che psicologiche. Per “psiche” dobbiamo intendere qualcosa di più intimo, che coinvolga i vissuti emotivi e i sentimenti dell'individuo.
Io, per lo stesso fine della valutazione della salute mentale individuale, propongo di assumere un criterio di valutazione più chiaramente psicologico: l'intimità o, per meglio dire, la capacità di intimità affettiva e di relazione d'amore.
Ebbene, se assumiamo questa capacità come parametro della salute, ecco che ci si rivela tutt'altro quadro. Osservati da questa angolazione, non sono molti gli esseri umani che mostrano di sapere sostene l'intimità profonda e il processo amoroso. In coppia i più si sentono prigionieri di una trappola invisibile e vi si dibattono procurando dolore a se stessi e al partner; molti altri se ne tengono al di fuori in virtù di una rigida personalità autarchica.
Questa strana incapacità di intimità affettiva è ben registrata da un fenomeno paradossale: le madri, sempre più numerose, terrorizzate dal rapporto intimo con il neonato. E da un altro fenomeno non meno paradossale: i numerosissimi uomini e donne che, svegliandosi d'improvviso da una condizione di efficiente autonomia o di adeguata integrazione sociale, intuiscono l'esistenza di un ulteriore grado di salute, che sfugge loro e li tormenta: sono perfettamente autonomi e bene integrati eppure sono infelici.
Per questo, per superare modelli di salute disfunzionali, è nata una scienza dell'intimità affettiva, la scienza dell'amore: per mostrare quanto la natura umana dia il meglio di sé nell'armonia dinamica dell'incontro intimo con l'altro essere umano, e quanto, allo stesso tempo, noi ci siamo allontanati da questa ricchezza innata.
La scienza dell'amore è il titolo della nuova collana della casa editrice Sonzogno nella quale è stato pubblicato da pochi giorni il bellissimo libro di Francesco Alberoni L'arte di amare, e a marzo/ aprile del 2013 comparirà il mio Perché amiamo. Ebbene, uno degli scopi della collana, forse il più importante, è appunto di illustrare in tutta la sua ricchezza questo nuovo, suggestivo e direi persino rivoluzionario paradigma della salute umana.

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Nicola Ghezzani, psicoterapeuta e scrittore

Che cos'è l'amore?


Che cos'è l'amore?


Breve contributo di una lettrice che vole restare anonima, se avete voglia di partecipare in questo modo posso creare uno spazio Contributi lettori.

L’amore forse è come quel vento impetuoso e improvviso che arriva quando meno te lo aspetti. E’ come una giornata serena e di sole sconquassata, rovinata da una furiosa tempesta. E’ come quel mare arrabbiato che si abbatte sugli scogli inermi. Arriva e lo devi accettare Lo assapori, lo vivi fino a quando si quieta, fino a quando si spegne e non puoi più riaccenderlo.
 firmato Orso

mercoledì 24 ottobre 2012

Quale felicità



Quale felicità

Volo d'amore, acquarello di Daniela Lorusso

Non so quale felicità avremmo vissuto,
o quale guancia avremmo offerto all'offesa
se felicità c'è stata, se c'è stata offesa.
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l'albero la potatura,
il papavero lo strappo
i bambini il tempo e lo spazio:
- dove va la notte quando è giorno?
- mezz'ora è tanto o poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un'assenza
o il senso irsuto della vita,
il suo difficile che poi diventa facile
quando cominci ad amare.

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Lucianna Argentino, poetessa

 

martedì 23 ottobre 2012

Amore e Tradimento


Amore e Tradimento

di Maria Giovanna Farina



Articolo e domande per il lettori: volete iniziare un dibattito filosofico?


Stando agli ultimi dati, in Italia i matrimoni sarebbero sempre più in crisi a causa di relazioni extraconiugali virtuali o concrete, virtuali perché sembra si ricorra anche ad evasioni attraverso i social-network. Stabilire, sempre che lo si possa fare con un certo rigore, il motivo di tanti tradimenti non è il nostro scopo, ma cercare il senso del tradimento e la strada per poterlo superare, una volta che si è diventati vittime, credo sia un riflessione filosofica utile per poter vivere un'esistenza il più possibile serena. Cosa vuol dire tradire? Significa ingannare la buona fede di qualcuno e venir meno ad una promessa. Più la fiducia è grande più ci si abbandona nelle braccia dell’altro con il risultato, in caso di tradimento, di trovare un’enorme difficoltà nel superare la delusione. La storia del tradire e del non tradire si perde nella notte dei tempi. Pensiamo al filosofo Socrate e al suo essere stato sotto processo per empietà e per corruzione dei giovani, accuse mosse ad hoc dai sui detrattori che lo condussero alla condanna a morte. Bene, lui per non tradire se stesso, il proprio ideale e la propria missione, non accettò di essere aiutato a fuggire per mettersi in salvo. Quanti sarebbero rimasti fedeli con così tanta determinazione al proprio ideale fino alla morte? Il prezzo della vita è molto alto e solo un uomo divenuto ormai mito, nel senso che è passato in una dimensione decisamente distante dai comuni mortali, può essere così lontano dal tradimento delle idee tanto da sacrificarsi in loro nome. Il tradimento è all'ordine del giorno: si tradisce la propria idea politica per un ruolo più alto, ci si vende al miglior offerente annullando la propria identità, si tradisce il proprio figlio vendendolo ai pedofili....Il tradimento sembra non risparmiare alcunché. Fedeltà e Tradimento si contendono da sempre il primato come due eterni rivali, come gli opposti di uno stesso essere. Senza giungere agli estremi, ognuno di noi è stato, chi più chi meno, sulla scialuppa di entrambi. Non è sempre possibile fare una scelta definitiva e seguire Fedeltà nella sua posizione di integerrima condottiera, a volte Tradimento ci fa trovare una via d'uscita vantaggiosa per la nostra vita, anche se dobbiamo fare i conti con la scia di dolore che ci lasciamo alle spalle. Il tradimento di un amico sembra essere uno tra i più dolorosi perché da un amico ci si aspetta una dedizione senza condizioni, mentre dal partner si sa per esperienza millenaria che un tradimento non è impossibile anche nelle relazioni apparentemente più felici.
DOMANDE
Quando si ama davvero si tradisce? Alberoni nella sua teoria sull'amore dice di no, ma noi secondo la nostra esperienza cosa pensiamo? E poi, Tradire con la mente ha lo stesso valore del tradire col corpo? È più grave tradire se stessi o gli altri?
A voi la parola!

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Maria Giovanna Farina, filosofa e consulente filosofico


domenica 21 ottobre 2012

Alle radici di L’arte d’amare



Alle radici di L’arte d’amare

di Francesco Alberoni


I colori dell'amore, olio su tela di Donatella Signorino


In questi giorni è uscito nelle librerie L’arte di amare, voglio ricordare le radici di questo libro. Nel 2005 dopo aver scritto Sesso e amore ero giunto alla conclusione di aver detto tutto ciò che sapevo sull'innamoramento e l’amore e avevo annunciato che non avrei più scritto nessun saggio in questo campo. Sbagliavo, lo avrei fatto a solo dopo un lungo viaggio che ho raccontato nel romanzo I dialoghi degli amanti. E qui che viene esposta non come saggio ma in forma di romanzo l’idea che l’innamoramento non sia un fuoco di paglia che dura pochi mesi un anno: esso può durare moltissimo, anni ed anni, con un piacere erotico che cresce e si rinnova continuamente, fino a sfociare in una beatitudine che nessuno dei due protagonisti avrebbe nemmeno immaginato.
Il libro è ambientato nel futuro, ma si riferisce ad una situazione presente in cui si cerca il sesso promiscuo, la perdita di se nella collettività, nella droga, in cui molti non credono che l'innamoramento sia la strada per realizzare una profonda intesa spirituale ed una sessualità estatica. Ma cercano la varietà, la diversità, il disordine e considerano l’infedeltà necessaria per allargare l‘esperienza. Mentre agendo così tutto diventa più superficiale, labile, la felicita si riduce ad un istante che svanisce per lasciar posto ad un oscuro senso di mancanza, di vuoto e di solitudine. Nel libro questa situazione è esasperata, portata all'eccesso  I due protagonisti nascono in un ambiente geneticamente diverso per cui non sanno chi sono, cosa desiderano, che cosa li appaga e lo scoprono solo dopo molti errori prima attraverso la loro amicizia, poi nell'incontro erotico e, infine, in un grande amore. Il libro li segue nella scoperta dei propri corpi, della loro bellezza, del piacere che si danno reciprocamente e che diventa estasi nell'amore totale. Essi si dicono tutto, non mentono, agiscono e parlano con il candore di due bambini, di due adolescenti che scoprono stupiti, incantati il piacere dell’intimità e dell’orgasmo. Mostra, attraverso la loro esperienza, l’importanza della fiducia reciproca, della sincerità, della libertà per realizzare un amore totale che dura. E il valore, il piacere della assoluta fedeltà perché il contatto con un'altra persona inquinerebbe l’isola incantata che i due amanti hanno creato. I dialoghi degli amanti è perciò un libro di educazione sessuale, sentimentale e sociale, un itinerarium corporis et cordis che potrebbe essere dato dalle madri alle loro figlie quando hanno raggiunto i diciotto anni per aiutarle ad evitare gli errori e cercare un amore totale felice. Un amore però che non è isolamento dalla società, ma piena partecipazione perché i due amanti lottano fianco a fianco una drammatica battaglia politica per l’umanità.
Stilisticamente il romanzo è nuovo perché è un unico dialogo, non vi sono descrizioni di paesaggi, di pensieri, di emozioni, ma solo ciò che si dicono, si raccontano si confessano i due amanti. Tutto è essenziale. Esso inoltre non appartiene ad un solo genere, avventura, fantascienza, erotismo, amore, politica, ma a tutti questi generi insieme. Leggendolo bisogna solo ricordare che sono due amanti che si parlano, si confidano, con una totale fiducia reciproca. Questo il significato filosofico e pratico de I dialoghi degli amanti, che dal mio punto di vista costituisce il seguito e il completamento di Innamoramento amore trent'anni dopo, rivolto ad una generazione che ha già compiuto la rivoluzione sessuale e quella femminista, ma che sta dimenticando una seconda volta il significato dell‘innamoramento individuale e si perde nuovamente nel disordine della promiscuità e delle esperienze superficiali ed artificiose. I dialoghi degli amanti sono usciti nel 2009. Nei mesi successivi ho capito che questi stessi concetti potevano essere esposti in forma sistematica e inseriti in una teoria generale dell’innamoramento e dell’amore. Così è nato L’arte di amare col suo sottotitolo, un grande amore erotico che dura.
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Francesco Alberoni, sociologo e scrittore
www.alberoni.it


sabato 20 ottobre 2012

Elogio della penombra


Elogio della penombra
di Nicola Ghezzani




Tutte le scimmie superiori – famiglia alla quale noi umani apparteniamo a pieno titolo – partoriscono al buio o nella penombra. In genere prediligono la notte o la fitta ombra delle piante. Uno scienziato, allora, ha realizzato uno strano esperimento. Ha costretto una madre di bertuccia a partorire in un ambiente illuminato notte e giorno da una forte luce artificiale. Il vasto ambiente di laboratorio che conteneva la partoriente e il suo branco era illuminato da una luce uniforme e continua. I risultati non si sono lasciati attendere. Colpita da quella luce incessante, disturbata nel sonno, la scimmia gravida era molto inquieta e si agitava. Ma soprattutto si agitavano gli altri membri del branco. Appena la madre ha partorito (con più dolore di quanto se ne osservi in media in quella specie) i membri del gruppo si sono agitati in modo inconsulto. Ed è successo l'incredibile: alcuni hanno mangiato la placenta, altri sono giunti a mordere fin quasi ad ucciderlo uno dei due gemelli appena nati. Sotto quella luce fredda e ossessiva, il parto è stato traumatico per tutti: per il piccolo aggredito, per la madre traumatizzata e per lo stesso branco, che ha messo in atto aggressività e violenze che in natura non avrebbe mai compiuto.
Il punto è questo: la luce altera l'equilibrio biologico della nascita iscritto in profondità nel DNA delle specie superiori. Per creare l'intimità protettiva necessaria all'evento del parto occorrono il buio o la penombra. La luce, infatti, stimola ormoni eccitanti come l'adrenalina, i quali al loro volta attivano gli istinti aggressivi. Questa osservazione dovrebbe farci riflettere su un singolare paradosso: noi esseri umani costringiamo sempre le nostre partorienti in ospedali illuminati da una luce ossessiva, sia in reparto che in sala operatoria. Quindi le nostre donne sono sempre esposte al rischio di parti traumatici.
Perché nei nostri ospedali domina la luce? Per questioni di corretta visione e di profilassi? Non credo; per questo basterebbe accendere la luce quando ce n'è bisogno. Aggiungiamo ora un'altra osservazione, non meno paradossale: la nostra civiltà sembra aver dichiarato ovunque una guerra totale alla penombra, al buio, alla notte; al punto che i lampioni e i neon illuminano a giorno tutte le città del mondo e gli uccelli e gli altri animali vi impazziscono, avendo perso il senso dei ritmi circadiani, giornalieri, tipici della biosfera. Perché tutta questa ossessione della luce? A mio avviso, la spiegazione è duplice. Il primo motivo sono le esigenze di controllo dell'ambiente (ben descritte Michel Foucault, nei suoi studi sul panopticon), la necessità di visione totale tipica delle istituzioni totali, dal carcere, alla caserma, al collegio fino all'ospedale, estesa all'intera città e ormai all'intero mondo. Il secondo motivo è che l'aggressività è il tratto culturale dominante di tutte le società umane attuali, che quindi hanno bisogno di luce per stimolarla. Le nostre civiltà sono (ancora) civiltà di guerra e le civiltà di guerra non tollerano che eventi come la nascita, la confidenza, l'amore, la morte naturale, possano costituirsi impunemente in una atmosfera di calma, di condivisione, di dolcezza: indebolirebbero la “razza”, lo spirito guerriero! Ormai, tutte le città del mondo sono eccitate senza interruzione da una luce che costringe all'azione frenetica a tutte le ore. Sono città maniacali, psicopatiche, megalomani. Anche se diminuiscono le guerre militari, la guerra economico-finanziaria domina ovunque; e accanto ad essa prolificano la delinquenza, la violenza, la promiscuità. Ma se la luce è ovunque quella frenetica dell'azione violenta e quella ossessiva del controllo, non dovremmo proteggerci da essa? Ebbene, la gente comune non lo sa. Lo sanno solo gli amanti. Per vivere con dolcezza il loro amore gli amanti hanno bisogno di intimità, e per essere intimi hanno bisogno di penombra. Gli amanti adorano le penombre. Camere illuminate da un lume, tramonti in luoghi appartati, panchine all'ombra di ciuffi di fronde in un luogo intimo di un parco. Adorano le penombre perché lì, in quel buio soffuso, sotto la volta stellata di una notte blu, sorge un'altra luce: la luce del cuore, l'intelligenza dell'amore. Cos'è la luce del cuore? E' quella luce che vede nell'altro il bene assoluto: non lo maltratta come un nemico, non lo controlla come un servo. Come risponde il mondo contemporaneo alle richieste degli amanti? Ancora una volta con la luce: sia l'educazione sessuale che il suo apparente opposto, la pornografia, idolatrano la luce, quella luce. Tutto è visto e fatto nella più gelida evidenza. E così il controllo, il rifiuto della dolcezza, la violenza tornano a dominare. Noi possiamo solo prenderne atto. Ma possiamo anche assumere un impegno: sottraiamoci all'evidente e torniamo a favorire la nascita di molte penombre, soprattutto quelle dei cuori, che consentono di illuminare in trasparenza l'intima realtà della persona amata, la sacralità della persona umana.
                                                                   
                                                               Tutti i diritti riservati






Nicola Ghezzani, psicoterapeuta e scrittore







giovedì 18 ottobre 2012

Amore e cuore




Amore e cuore


Il filosofo, acquarello di Daniela Lorusso


Amore e cuore, binomio che si perde nella notte dei tempi, poesie e canzoni s’intrecciano nella dolce alchimia, ma quanto amore, quanto cuore entrano davvero in un rapporto d’amore?
Una volta si credeva che il comando del corpo umano risiedesse nel cuore  probabilmente perché è  l’organo che maggiormente sentiamo; è lui che possiede la capacità di farci provare le sensazioni più ardue ed improvvise e tutte le frasi fatte relative alle emozioni si riferiscono al cuore e non al cervello, la vera mente che attua la sua regia nell’ombra.
Un colpo al cuore, un tuffo al cuore, mi spezzi il cuore, senza cuore, cuore di pietra, cuore caldo, cuore freddo e così ad libitum, ma ancora mi chiedo e vi chiedo, quanto c’entra il cuore in un rapporto amoroso?
Chi dirige l’orchestra ormai si sa, è il cervello e lui, come un bravo direttore d’orchestra, impartisce ordini e segnali a tutti i distretti, compreso il cuore che col grave compito di portare ossigeno in tutto il corpo è l’organo che più di ogni altro si fa sentire, a volte forte, fino a scoppiarci nelle orecchie.
Ecco, è questo il punto cui volevo arrivare, il lavoro del cuore che per nutrire le emozioni che ci tolgono il fiato pompa sempre più forte aumentando la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca. L’amore erotico. Cos’è l’amore erotico se non l’amore tra due anime che si amano? Solo se c’è amore c’è erotismo se no è solo sesso a go go. L’erotismo esclude la fretta, si nutre di emozioni e di sguardi timidi che catturano, è come il sabato del villaggio tanto bene rappresentato dal Leopardi.
L’amore erotico è l’attesa del dì di festa.

Max Bonfanti, filosofo

martedì 16 ottobre 2012

Con te vivo


Con te vivo

di Zairo Ferrante fondatore del Dinanimismo


Amori intrecciati, olio su tela di Donatella Signorino


E di vecchi amori
il cassetto è seminato.
Dispersi sul tavolo
color giallo panna.
Ricordo parole,
rime e pensieri
ormai perduti.
Nemmai nati,
lentamente deceduti.
E per te non scrivo.
Le parole?
Quelle le ho perdute.
Una zeffiro
in un sogno è svanita;
l’altra rubino
in un progetto è germogliata;
e  quella color notte
per le mie colpe,
ora,
in queste mie parole
io l’ammazzo.
Pazzo.
Che per te non scrivo.
Perché per te...
e subito (con te),
per scacciare la menzogna,
mi correggo.
... Vivo.


Semplicemente a Rossano, con Amore.





Zairo Ferrante, poeta e fondatore del Dinanimismo
http://www.autoriitaliani.it/autoriaffiliati/zairoferrante/

lunedì 15 ottobre 2012

Omosessualità e vita di coppia: possiamo parlarne?


Vita di coppia e omosessualità
Corpo pluridimensionale, tecnica mista, Francesca Magro


Desidererei che in questo blog si parlasse anche di amore di coppia omosessuale, per introdurre l'argomento vi invio all'intervista che feci lo scorso anno ad un grande pensatore: lo psicoanalista svizzero Peter Schellenbaum.  

domenica 14 ottobre 2012

Quando l'amore dura


Quando l'amore dura: la famiglia, la coppia, l’amore
di Francesco Alberoni



Festa di nozze, disegno di Flavio Lappo


C’è tanta gente che si preoccupa della crisi della famiglia, della crisi del matrimonio, delle conseguenze che esse hanno sui figli, ma ho l’impressione che ci si dimentichi che oggi la famiglia e fondata e tenuta insieme da un solo fattore: l’amore di chi ha liberamente deciso di sposarsi o di convivere. Un tempo no, un tempo ci si doveva sposare, la ragazza che non lo faceva diventava una zitella, il matrimonio era un sacramento inviolabile, sostenuto dalle famiglie, l’adulterio punito dalla legge. I due sposi erano tenuti insieme da questi vincoli istituzionali, da queste ferree proibizioni. Oggi i giovani che decidono di sposarsi (o di andare a convivere) lo fanno solo perché si amano e pensano che il loro amore durerà anche in seguito. Ma se un giorno si accorgono di non amarsi più, di non capirsi, di sopportarsi a fatica e di essere invece attratti da qualcun altro, il matrimonio va in crisi, quello più insofferente o malcontento chiede la separazione o il divorzio. Che poi è una macchina infernale soprattutto quando ci sono i figli e incominciano le vendette e le rappresaglie. E c’è tutto un fiorire di iniziative giuridiche economiche, terapeutiche per sostenere, tenere unita, conservare un vita la famiglia sofferente. Ma non ho mai trovato nessuno che si sia andato a studiare il fattore più importante: quello che fa nascere la coppia amorosa e la fa morire: l’innamoramento e come questo diventa amore che dura o invece svanisce, si degrada, si trasforma in rifiuto, in rancore. Inoltre si e andato sempre più diffondendo il convincimento che l’innamoramento crea un amore intenso ma breve, per cui due si sposano (o vanno a convivere) convinti di amarsi per tutta la vita ma dopo un anno sono diventati due estranei, per cui e meglio restare single e avere delle relazioni amorose ed erotiche brevi o comunque non impegnative. E le ricerche neurofisiologiche confermano questa brevità dell’innamoramento e della passione, riducono l’amore ad un gioco di neurotrasmettitori di serotonina e di ossitocina, per cui si accetta che non ci sia nulla da fare: lo confermano perché fatte su soggetti in cui l’amore breve è registrato solo quanto c’è. L’amore sembra perciò essere una pazzia breve da godere quando c’è e da temere quando ti lega troppo. Ma se l’amore è così breve, così capriccioso, così labile e pericoloso, non e una follia costruirci sopra una famiglia? Se sanno che poi non resteranno uniti da un amore erotico appassionato, perché due si sposano, perché vanno a convivere, perché fanno progetti a lungo termine, comperano una casa, l’arredano? Ora guardiamo le cose dall’altro punto di vista e domandiamoci: se invece vogliamo che la coppia duri perché non studiamo seriamente il processo amoroso domandandoci se è veramente impossibile che l’innamoramento diventi amore appassionato? Perché non e vero che la passione erotica dura sempre poco, a volte è brevissima ma a volte dura anni o decenni. Se c'è da trovare una ragione e poi un rimedio del disordine amoroso bisogna cercarla all’inizio, nell’origine del processo amoroso stesso, nell’innamoramento nella prima fasi del consolidarsi dell’amore perché se non dura è qui che avviene qualcosa che lo fa ammalare. Per capire cosa avviene in seguito bisogna studiare tutto ciò che succede fin dal primo istante. Che cos’è che spegne la passione dell’innamoramento? L’abitudine, la monotonia, la ripetizione dice la tradizione (sempre pernici, sempre pernici) ma non è vero in assoluto perché ci sono invece degli amori tenacissimi che sembrano malattie croniche, amori parossistici, c'è gente che si uccide e che uccide per amore, altri che soffrono atrocemente perché non sono amati da chi amano. No, la passione si spegne perché tornano a poco a poco i vecchi comportamenti che c’erano prima di innamorarsi, tornano la pigrizia, la sciatteria, l’aggressività, la vanità, la menzogna, l’egoismo della vita quotidiana. Essi si infiltrano nuovamente nella coppia innamorata e l’avvelenano. La passione, la generosità, l’ottimismo, l’energia erotica dell’innamoramento anziché essere conservati, alimentati, vengono lasciati languire e sostituti dalle vecchie abitudini che non appartengono al regno dell’amore. E questo il processo che io ho studiato nei miei tre libri Innamoramento e amore, Ti amo e infine L’arte di amare dove finalmente ho scoperto il meccanismo infernale che trasforma la passione ardente in una convivenza noiosa. L’innamoramento non e affatto detto che non possa durare, non dura perché è come un fuoco che non viene alimentato. L’amore erotico fra due persone è come la passione per la scienza, per l’arte, come la fede religiosa che si sviluppano dedicandovisi. Lo scienziato è felice quando è immerso in una ricerca che lo appassiona, ma se si lascia distrarre ne perde il gusto. Anche la fede religiosa può apparire improvvisa in una conversione, ma riempie e rivitalizza la nostra vita se noi ci abbandoniamo e ci dedichiamo ad essa, ne facciamo il centro del nostro interesse. E lo stesso per l’amore di coppia, dura e si intensifica se noi siamo orgogliosi di amarci, se poniamo l’amore al primo posto, vi cerchiamo il piacere più grande e ci facciamo assorbire da esso. Non immaginiamo che questo richieda una sforzo, anzi è la strada più semplice, più facile, quella più ingenua, quella più sincera, più naturale. Il processo di innamoramento ci è stato dato dalla natura per creare un legame che dura qualche anno, per tenere unita la coppa finché i figli sono grandicelli. Dobbiamo solo seguire la natura, senza lasciarci deviare dalle tentazioni, dai capricci, degli eccessi, dalle ambizioni, dalle vanità alimentate dal mondo moderno.
Francesco Alberoni sociologo e scrittore  

sabato 13 ottobre 2012

Individualismo e amore



Individualismo, dipendenza e amore

di Nicola Ghezzani

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Contatto, acquarello di Daniela Lorusso

Vi racconto una storia. Tempo fa ho avuto in psicoterapia un ragazzo di ventidue o ventitré anni. E' venuto da me confuso, soprattutto per la sua vita sentimentale. Pur avendo avuto, anni prima, qualche ragazza, aveva poi optato per storie omosessuali, vissute in un regime di completa confusione. Non sapeva come muoversi, aveva paura di cadere preda di ambienti promiscui, molto comuni per tutti i ragazzi contemporanei, ma soprattutto nelle comunità gay. E in effetti, gli era capitato di avere una lunga storia con un ragazzo per nulla innamorato di lui, che aveva finito per sfruttarlo come bancomat, come tassista, come accompagnatore, senza mai restituirgli un briciolo di affetto. Il mio paziente aveva tenuto in piedi la relazione, perché essendo confuso temeva di poter finire peggio; in più, scambiava per amore quel suo bisogno di dipendere da un carattere forte che gli facesse da guida. In realtà, il compagno non gli faceva, da guida; lo sfruttava. Ma il mio paziente lo accettava: quello sfruttamento gli appariva comunque come una forma di attenzione.
Quando fu in terapia con me, gli chiesi di parlarmi dei suoi genitori. Mi disse che erano separati da quando era un bambino piccolo di appena un anno. Il padre, dopo la separazione, aveva cercato di frequentarlo, ma la madre aveva sabotato tutti i suoi tentativi. Prendeva da lui molti soldi, eppure non gli portava alcun rispetto. Anche quando la nuova compagna del padre (una donna senza figli) aveva cercato di “adottarlo”, la madre l'aveva diffidata e allontanata.
A questo punto, gli chiesi di parlarmi con più precisione della madre. La madre – mi raccontò lui – era una donna molto egoista: aveva pensato sempre e solo a se stessa e ad appena pochi mesi dalla sua nascita l'aveva abbandonato alla domestica filippina, che da allora l'aveva accudito come una madre. In verità, aveva potuto essere per lui solo una povera madre part time, che conosceva solo qualche parola di italiano e che, intanto che lo accudiva, doveva sbrigare le faccende di casa. Il mio paziente, che era figlio unico, ricordava un'infanzia trascorsa nel silenzio di una casa vuota, intento a vedere film in tv o a fare i compiti.
Poi la madre, dopo avergli sabotato i rapporti col padre e la sua compagna, aveva avuto il coraggio di imporgli il suo nuovo compagno. Costui s'era rivelato da subito un uomo molto duro, ma poiché piaceva alla madre il mio paziente, pur odiandolo, si era costretto a subirlo. In quel periodo capì che la madre dipendeva totalmente da questo compagno dal carattere forte e autoritario. Ne era schiava.
Cresciuto, il mio paziente aveva scoperto di temere le ragazze, di sentirle estranee ed esigenti; quindi aveva preferito stare nell'omoios, cioè nel noto, di stare col suo stesso sesso. Ma la sua più importante storia omosessuale gli aveva rivelato di soffrire della stessa clamorosa dipendenza della madre.
Un vero paradosso: la madre, donna egoista e molto narcisista, aveva ceduto a una totale dipendenza dal nuovo compagno; lui, un ragazzo chiuso e diffidente, aveva ceduto a sua volta a un inesplicabile servilismo. Come venire a capo di questo paradosso?
Il punto era che la madre, nel suo egoismo, aveva perso il sentimento confortante di appartenere a qualcuno, di essere desiderata da qualcuno. Quindi, quasi a mettere un freno al suo individualismo, si era sottomessa ai voleri di un uomo forte e dal fascino magnetico. Il figlio – il mio paziente – cresciuto in un mondo totalmente privo di amore, aveva sviluppato una completa anoressia sentimentale, una chiusura apatica al mondo degli affetti e delle motivazioni, quindi aveva cercato un ragazzo forte e determinato che lo facesse sentire, se non amabile, almeno utile a qualcosa.
Ecco, questa storia triste (poi risolta in psicoterapia) suggerisce alcune riflessioni. La prima riguarda l'individualismo contemporaneo. La nostra società sovrabbonda di individui egoisti, presi unicamente dal miraggio del proprio benessere personale e della propria affermazione. Uomini e donne si contendono il primato dell'egoismo, ma una madre individualista è più devastante di quanto lo sia un padre, per quanto egoista costui possa essere. Perché la madre individualista ha inconsce fantasie di annullamento della maternità. Ha messo al mondo dei figli, ma poiché teme e aborre i bisogni e le richieste di cui i suoi piccoli la fanno oggetto, adotta due strategie: o proietta su di loro delle aspettative che la gratifichino; oppure li ignora, li annulla. In entrambi i casi i figli non si sentono amati per se stessi e poiché il loro primo rapporto d'amore è fallito, sviluppano una drammatica sfiducia nei confronti di tutti i rapporti umani, soprattutto quelli intimi. Su queste basi di elusione del legame umano si sviluppano frustrazione, amarezza, cinismo e quindi altro individualismo.
La seconda considerazione riguarda il rapporto fra individualismo, anoressia sentimentale e dipendenza affettiva. Più la maggioranza dei membri di una società persegue scopi individuali, più si sviluppa una diffusa apatia verso l'amore, fino alla creazione spontanea di personalità anoressiche sul piano dei sentimenti. Ma più gli individui temono di essere inadatti alla vita sentimentale, più si dispongono a subire qualsiasi cosa, a dipendere ciecamente, pur di aggrapparsi a una qualunque relazione sessuale, che li faccia sentire uomini e donne a tutti gli effetti. Il paradosso contemporaneo è dunque questo: che l'individualismo genera due patologie opposte: l'anoressia sentimentale e la dipendenza affettiva.
Un'ultima considerazione. L'individualismo è un fatto psicologico, ma è supportato da valori e modelli sociali che lo fanno percepire come la vera via per la salute. Dietro l'alibi dell'autonomia o dell'autocontrollo, gran parte delle teorie psicologiche moderne impongono il modello individualista. Nelle ricerche che ho fatto per mettere in scacco questo modello, ho trovato solo pochi autori che hanno avuto il radicale anticonformismo di opporgli delle critiche. Parlo innanzitutto dei grandi filosofi del passato, da Platone a Tommaso d'Aquino. Poi di pochi filosofi moderni, per esempio Martin Buber e Max Scheler. Ma in ambito psicologico e sociologico, non lo fatto nessuno; con l'unica lodevole eccezione di Francesco Alberoni, le cui teorie hanno il pregio di illuminare un concetto fondamentale: l'esperienza dell'innamoramento e dell'amore fonda la soggettività in un valore che nessun individualismo potrà mai eguagliare.    









Nicola Ghezzani, psicoterapeuta e scrittore

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giovedì 11 ottobre 2012

La ricerca dell’amore


La ricerca dell’amore

Quando inizia l'amore, fotografia di Gina  Di Dato

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Premetto che il mio discorso non mira a fornire risposte o a delineare percorsi certi. Forse lascerò in eredità più interrogativi che concetti, ma, in fondo, quello che più m’importa è che qualcuno, fosse anche una sola persona, possa considerare le mie riflessioni come suo personale trampolino di lancio per svilupparne di proprie. Ho imparato che le questioni  di una certa rilevanza vanno affrontate con cautela, ma anche con apertura e coraggio, senza pretendere di raggiungere nell’immediato un sapere valido per tutti e per sempre. In Filosofia Platone, più di duemila anni fa, nel suo Simposio toccava il cuore della questione mettendo a confronto idee e prospettive diverse. Interessante, in particolare, il discorso della sacerdotessa Diotima, riportato da Socrate, in cui l’amore non è altro che desiderio di eterno possesso del Bello e si configura come la ricerca di quel Bene di cui siamo poveri, quel bene che cerchiamo innanzitutto nella bellezza estetica, ma che possiamo contemplare solo con l’intuizione di qualcosa di più grande e che va oltre la sensibilità fisica. Questa è una visione sublime, un’idea magica dell’amore, che forse mal si sposa con i costumi più attuali, dove la ricerca del bello rimane spesso confinata in sé, recintata nel limbo delle paure inconfessate, che frenano e impediscono di slanciarsi con tutto il proprio essere. Da qui le prime domande: se l’amore per la bellezza di un corpo è solo un punto di partenza di un viaggio molto più importante, allora il discorso di Diotima cosa ci vuol dire veramente? Che l’importante non è da dove parte o come si sviluppa, ma dove porta quell’amore? Ciò che conta è la ricerca dell’Amore in Sé, dell’Idea dell’Amore e del Bene, svilendo la specificità di quella persona, di quella situazione, di quel legame? Sempre nel Simposio, il discorso di Aristofane mi appare invece più “romantico”: da che mondo è mondo, ciascuno cerca l’anima gemella, che solo una può essere perché solo quella è la parte da cui Zeus in origine ha separato e a cui ci si vuole ricongiungere. Suggestiva come idea. Ma nella fattispecie, cosa vuol dire? L’opposto di quello che suggerisce Diotima? E allora, se nella vita non è dato d’incontrare l’altra metà o se la si è “smarrita” strada facendo, cosa rimane da fare? Soffrire di solitudine? Rifugiarsi in falsi amori che mai potranno appagare quel bisogno di completezza che sempre attanaglia? Nonostante la complessità, nei vari discorsi del Simposio una costante mi sembra di rintracciarla: siamo manchevoli, siamo limitati, poveri, delusi e arrabbiati. E l’amore trova qui il suo senso, forse. Perché l’amore è quello slancio vitale che ci spinge ad andare oltre noi stessi, a credere o quanto meno sperare che ci sia qualcosa che possa dissetare il nostro bisogno di Assoluto. Non è facile da rintracciare ed è facile sbagliarsi. Ma questo ci abilita ad arrenderci? In campo psicologico, Sternberg, superando la visione pulsionale di Freud (che faceva ruotare l’amore intorno al sesso e al bisogno di perpetuare la specie), presenta un modello trifasico dell’amore, in cui la passione, l’intimità e l’impegno sono gli ingredienti fondamentali. L’amore vero, completo, dovrebbe contemplare tutte e tre le dimensioni, ma spesso ci s’imbatte in amori “a metà”, in cui uno o due di questi fattori manca. Il più delle volte, è lecito accontentarsi oppure bisogna concludere che l’amore totale è rarissimo e che bisogna dedicarsi a “costruzioni d’amore”? Oggi, poi, si sente dire spesso che non dobbiamo cercare nell’altro ciò che ci manca, perché dobbiamo essere già completi e realizzati in noi stessi. Su questo filone di pensiero, c’è chi addita l’emancipazione femminile e il nuovo ruolo della donna nella società e la designa come una delle principali cause del fallimento del rapporto di coppia. Forse non ha tutti i torti. Se la donna di oggi rivendica una libertà di pensiero, prima ancora che d’azione, prima inimmaginabile e se persegue la propria indipendenza a costo di sacrificarle tutto, come può aspirare a vivere al contempo l’amore vero, che invece sembrerebbe presupporre dipendenza reciproca, abbandono, altruismo? Forse le donne devono un attimo rallentare la corsa e assumersi nuove (antiche) responsabilità? Il rischio della coppia non è forse quello di correre su binari paralleli senza mai sfiorarsi? Costruire una progettualità comune non dovrebbe essere il cardine di ogni coppia? E poi, è giusto che tra uomo e donna ci sia sovrapposizione di ruoli oppure è meglio creare un’interdipendenza in cui i confini siano comunque chiari? Tanti studi di psicologia parlano infatti di famiglie disfunzionali, in cui l’invischiamento tra i membri crea disagio e impedisce la crescita reciproca.


Eleonora Castellano, docente e scrittrice




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