sabato 13 ottobre 2012

Individualismo e amore



Individualismo, dipendenza e amore

di Nicola Ghezzani

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Contatto, acquarello di Daniela Lorusso

Vi racconto una storia. Tempo fa ho avuto in psicoterapia un ragazzo di ventidue o ventitré anni. E' venuto da me confuso, soprattutto per la sua vita sentimentale. Pur avendo avuto, anni prima, qualche ragazza, aveva poi optato per storie omosessuali, vissute in un regime di completa confusione. Non sapeva come muoversi, aveva paura di cadere preda di ambienti promiscui, molto comuni per tutti i ragazzi contemporanei, ma soprattutto nelle comunità gay. E in effetti, gli era capitato di avere una lunga storia con un ragazzo per nulla innamorato di lui, che aveva finito per sfruttarlo come bancomat, come tassista, come accompagnatore, senza mai restituirgli un briciolo di affetto. Il mio paziente aveva tenuto in piedi la relazione, perché essendo confuso temeva di poter finire peggio; in più, scambiava per amore quel suo bisogno di dipendere da un carattere forte che gli facesse da guida. In realtà, il compagno non gli faceva, da guida; lo sfruttava. Ma il mio paziente lo accettava: quello sfruttamento gli appariva comunque come una forma di attenzione.
Quando fu in terapia con me, gli chiesi di parlarmi dei suoi genitori. Mi disse che erano separati da quando era un bambino piccolo di appena un anno. Il padre, dopo la separazione, aveva cercato di frequentarlo, ma la madre aveva sabotato tutti i suoi tentativi. Prendeva da lui molti soldi, eppure non gli portava alcun rispetto. Anche quando la nuova compagna del padre (una donna senza figli) aveva cercato di “adottarlo”, la madre l'aveva diffidata e allontanata.
A questo punto, gli chiesi di parlarmi con più precisione della madre. La madre – mi raccontò lui – era una donna molto egoista: aveva pensato sempre e solo a se stessa e ad appena pochi mesi dalla sua nascita l'aveva abbandonato alla domestica filippina, che da allora l'aveva accudito come una madre. In verità, aveva potuto essere per lui solo una povera madre part time, che conosceva solo qualche parola di italiano e che, intanto che lo accudiva, doveva sbrigare le faccende di casa. Il mio paziente, che era figlio unico, ricordava un'infanzia trascorsa nel silenzio di una casa vuota, intento a vedere film in tv o a fare i compiti.
Poi la madre, dopo avergli sabotato i rapporti col padre e la sua compagna, aveva avuto il coraggio di imporgli il suo nuovo compagno. Costui s'era rivelato da subito un uomo molto duro, ma poiché piaceva alla madre il mio paziente, pur odiandolo, si era costretto a subirlo. In quel periodo capì che la madre dipendeva totalmente da questo compagno dal carattere forte e autoritario. Ne era schiava.
Cresciuto, il mio paziente aveva scoperto di temere le ragazze, di sentirle estranee ed esigenti; quindi aveva preferito stare nell'omoios, cioè nel noto, di stare col suo stesso sesso. Ma la sua più importante storia omosessuale gli aveva rivelato di soffrire della stessa clamorosa dipendenza della madre.
Un vero paradosso: la madre, donna egoista e molto narcisista, aveva ceduto a una totale dipendenza dal nuovo compagno; lui, un ragazzo chiuso e diffidente, aveva ceduto a sua volta a un inesplicabile servilismo. Come venire a capo di questo paradosso?
Il punto era che la madre, nel suo egoismo, aveva perso il sentimento confortante di appartenere a qualcuno, di essere desiderata da qualcuno. Quindi, quasi a mettere un freno al suo individualismo, si era sottomessa ai voleri di un uomo forte e dal fascino magnetico. Il figlio – il mio paziente – cresciuto in un mondo totalmente privo di amore, aveva sviluppato una completa anoressia sentimentale, una chiusura apatica al mondo degli affetti e delle motivazioni, quindi aveva cercato un ragazzo forte e determinato che lo facesse sentire, se non amabile, almeno utile a qualcosa.
Ecco, questa storia triste (poi risolta in psicoterapia) suggerisce alcune riflessioni. La prima riguarda l'individualismo contemporaneo. La nostra società sovrabbonda di individui egoisti, presi unicamente dal miraggio del proprio benessere personale e della propria affermazione. Uomini e donne si contendono il primato dell'egoismo, ma una madre individualista è più devastante di quanto lo sia un padre, per quanto egoista costui possa essere. Perché la madre individualista ha inconsce fantasie di annullamento della maternità. Ha messo al mondo dei figli, ma poiché teme e aborre i bisogni e le richieste di cui i suoi piccoli la fanno oggetto, adotta due strategie: o proietta su di loro delle aspettative che la gratifichino; oppure li ignora, li annulla. In entrambi i casi i figli non si sentono amati per se stessi e poiché il loro primo rapporto d'amore è fallito, sviluppano una drammatica sfiducia nei confronti di tutti i rapporti umani, soprattutto quelli intimi. Su queste basi di elusione del legame umano si sviluppano frustrazione, amarezza, cinismo e quindi altro individualismo.
La seconda considerazione riguarda il rapporto fra individualismo, anoressia sentimentale e dipendenza affettiva. Più la maggioranza dei membri di una società persegue scopi individuali, più si sviluppa una diffusa apatia verso l'amore, fino alla creazione spontanea di personalità anoressiche sul piano dei sentimenti. Ma più gli individui temono di essere inadatti alla vita sentimentale, più si dispongono a subire qualsiasi cosa, a dipendere ciecamente, pur di aggrapparsi a una qualunque relazione sessuale, che li faccia sentire uomini e donne a tutti gli effetti. Il paradosso contemporaneo è dunque questo: che l'individualismo genera due patologie opposte: l'anoressia sentimentale e la dipendenza affettiva.
Un'ultima considerazione. L'individualismo è un fatto psicologico, ma è supportato da valori e modelli sociali che lo fanno percepire come la vera via per la salute. Dietro l'alibi dell'autonomia o dell'autocontrollo, gran parte delle teorie psicologiche moderne impongono il modello individualista. Nelle ricerche che ho fatto per mettere in scacco questo modello, ho trovato solo pochi autori che hanno avuto il radicale anticonformismo di opporgli delle critiche. Parlo innanzitutto dei grandi filosofi del passato, da Platone a Tommaso d'Aquino. Poi di pochi filosofi moderni, per esempio Martin Buber e Max Scheler. Ma in ambito psicologico e sociologico, non lo fatto nessuno; con l'unica lodevole eccezione di Francesco Alberoni, le cui teorie hanno il pregio di illuminare un concetto fondamentale: l'esperienza dell'innamoramento e dell'amore fonda la soggettività in un valore che nessun individualismo potrà mai eguagliare.    









Nicola Ghezzani, psicoterapeuta e scrittore

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1 commento:

  1. Una bella narrazione e accettabili considerazioni aperte. Mi sembra comunque che non vengano sottolineati i sentimenti di colpa e il masochismo, che pure abbondano nelle storie che vengono riportate. Angelo Guarnieri

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